Ancora qualcuno se chiude gli occhi riesce a immaginare.
Un’altra vita, un mondo distante migliaia di chilometri in cui le grida dei gabbiani scandiscono le ore più delle campane, e il paesaggio è una natura morta, di mare e dragaggi, di porti, pescherecci e impianti industriali. I bracci meccanici, le barche dai nomi secchi nella vernice.
C’è un uomo che da quasi cinquant’anni esce al mattino a pescare nello stesso straccio di mare. Conosce i fondali, le stagioni, il vento, sa dove calare le nasse e, quando anche il sole cala, cosa aspettarsi tirandole su. Granchi e astici soprattutto. È il dono più gradito, e la costa del Teesside, tra Hartlepool, il fiume Tees e il Mare del Nord, è famosa per essere generosa con chi sa essere gentile come lui.
Cinquanta astici, sessanta, quaranta nei giorni di mare grosso e vento da nord est, magari settanta invece nella giornata di buona aria. La vita gira intorno, tra l’alba e l’attracco, e quell’uomo non può chiederle di più, che stare sotto lo stesso cielo con la sua barca e la sua famiglia a terra ad aspettarlo; e poi quel mare, freddo e grigio, che sa essere allo stesso tempo un compagno di bevute e il più pericoloso dei benefattori.
Poi, senza preavviso, il giro si inverte, e le spiagge della costa al mattino cambiano colore. Sono gusci bruni, rossastri, violacei o blu molto scuri, zampe che si agitano come l’erba al vento, pochi ultimi spasmi di chele inerti, antenne che seccano sotto il sole. Granchi, astici, di grandezza e sfumature diverse, hanno raggiunto la sabbia per morire. Alcune corazze sono secche già a metà mattina, altre sembrano agitarsi ancora, dentro tremano e la gente gli parla, le raccoglie, prova a ributtarle in acqua, che il mare da che hanno memoria ha sempre curato tutto.
Proprio in mare, in quel giorno senza vento ostile, le nasse non raccolgono più nulla. Succede così che nel tempo di un giro del sole, un paese è uscito di casa e ha scoperto la fine, mentre quell’uomo in barca che per tutta la vita ha saputo come funzionavano le cose, improvvisamente, non lo sa più.
La pesca è un gesto antico la cui meccanica sembrerebbe semplice, specialmente per chi usa le nasse. È un lancio, un’attesa, un recupero. Ci sono poi molte variabili tra un passaggio e l’altro, certo, elementi prevedibili e imprevedibili che alla fine entrano a far parte del grande ed eterno rapporto tra quello che si fa e quello che succede. Quando si rompe, non è facile rimanere in superficie, specialmente per chi dentro quel rapporto ha costruito una vita. Che si tratti di un astice, che si tratti di un pescatore, o di un intero paese arroccato sulla costa.
Le onde restano, la barca e le nasse sono sempre le stesse, chi deve cambiare allora sono i protagonisti. Per gli astici significa tornare a terra e morire. Per l’uomo e gli altri pescatori come lui, tornare a terra e trasformarsi.
I pescatori di Hartlepool si ritrovano con mestieri e abitudini nuovi. Diventano attivisti, indagatori del mare che seguono indizi oltre il fondale del fiume, nei laboratori e negli uffici legali di città, dentro un incubo di industria pesante che riaffiora proprio mentre i volti di chi in passato era lì per aiutarli sembrano volerlo dimenticare.
Se fosse il pescatore, giunti a questo punto, a chiudere gli occhi e immaginare, sognerebbe sé stesso sulla vecchia barca di nuovo a calare le nasse e ascoltare il vento fino a sera. Il resto non importa, è un sogno e per lui il mondo nuovo è una delusione; combattere per capire dove è finito quello vecchio, questo sì che vale la pena, e scoprire chi, o cosa, l’ha portato via.
Sono sonni inquieti, tuttavia, e si sveglierà di soprassalto, senza aver trovato la sua spiegazione. Il suo letto è lontano dalle onde, migliaia di chilometri, nel mare di mail e convegni, di ricerca, scienziati e attivismo, e che parole orribili queste per chi è costretto a stare a terra contro voglia.
È la speranza a imbrogliarlo. Che da qualche parte, per terra o per mare, la risposta dovrà pure esserci. Quel filo di lenza che lega ogni abitante di una comunità di pescatori con la sua storia, con i residui del corso del fiume e quelli del corso di oltre quarant’anni di politica industriale; le analisi chimiche, le promesse, un governo motore di una rinascita locale, una moria di crostacei, una mattina.
Tutto il resto passa. La fatica, la sofferenza. La famiglia lontana, chilometri e solo un colpo di telefono. I rimorsi. Basterebbe una ragione, a darsi un senso alla storia intera, a riportare tutti i fiumi al mare. Per qualcosa che fino a poco prima funzionava e che, senza una ragione abbastanza buona, ha smesso di farlo.
Come quando si chiudono gli occhi e d’improvviso non si riesce più a immaginare. E per un po’ si continua a riprovare, e tornare nello stesso punto. Sotto le palpebre, in un fazzoletto d’acqua salata. A calare le nasse, aspettare, tirare su. Convinti che prima o poi, dentro troveremo la risposta di tutta la storia.