Proviamo a vedere se io sono te MOTH x Pianeta Mare Film Festival

In uno dei suoi più famosi articoli per il Corriere confluiti negli Scritti corsari, Pier Paolo Pasolini trattò della scomparsa delle lucciole, come metafora della trasformazione dell’Italia tra gli anni Sessanta e Settanta. 

Il punto di partenza era la notte d’estate e qualcosa, successo chissà quando e chissà come, che aveva fatto scomparire le lucciole dai campi e dai giardini. Qualcosa che aveva a che fare con l’inquinamento e l’industrializzazione, qualcosa che aveva a che fare con il mondo che cambiava, verso una modernizzazione consumistica, ma nel nome del progresso e lo sviluppo. Pasolini teneva ben separati questi due concetti, progresso e sviluppo. Secondo lui, lo sviluppo si misura in termini di produzione, novità, consumi, velocità, con tutte le naturali conseguenze. Il progresso invece dovrebbe essere il miglioramento generale della vita. 

Ma della vita di chi? Del singolo uomo, del pianeta, dell’umanità intera, o dell’insieme tutto degli esseri viventi, senza eccezioni? O questo progresso implica inevitabilmente che qualcuno resterà indietro? Walter Benjamin è stato categorico: ciò che noi chiamiamo progresso, è una bufera e non esiste una storia scritta dai vinti.

Le lucciole spariscono, le falene si perdono. Si dice che scambino i lampioni per la luna, ma studi più recenti hanno mostrato come queste creature non puntino dritto verso la luce: girano il dorso verso di essa e volano perpendicolari alla sorgente. Un sistema di orientamento che per milioni di anni ha indicato loro dove fosse il cielo in cui volare e che vicino a una fonte artificiale, invece, le intrappola. 

A guardarle alla sera, agitarsi in nugoli intorno a una lampadina, impazienti di farsi bruciare, potrebbero sembrarci creature stupide, facili da ingannare. Forse è così, forse smaniano di morire nella loro miseria, oppure confondiamo lo strumento con la sua efficacia, dimenticando che sono state le nostre luci ad averlo reso inservibile.

Le falene, però, non ci disturbano troppo, come le lucciole del resto, se volano intorno ai nostri lampioni o se non illuminano più i campi dei contadini la notte, abbiamo smesso di farci caso. Però lo schema ritorna, con forme e versi nuovi, e con un problema in più, soprattutto se invece che insetti ci troviamo a parlare di giganteschi orsi bianchi. 

In Nuisance Bear, il film di Gabriela Osio Vanden e Jack Weisman, sono gli orsi polari a muoversi in un mondo che non riconoscono più. Il documentario riporta le loro rotte, il confronto con i centri urbani, il loro spaesamento di fronte a città, strade e turisti. Quando si avvicinano troppo diventano una minaccia per l’essere umano e vengono classificati come orsi molesti, nuisance bear appunto. Controllati, allontanati, talvolta addormentati con un dardo, imbragati e sollevati con una rete appesa a un elicottero, trasportati lontano. Dove non sembrano più molesti, dove non sono più una minaccia, verso nord, fuori da Arviat, la comunità inuit che deve difendersi da queste consegne non richieste e dalle conseguenze di decisioni altrui. La voce narrante dell’anziano inuit Mike Tunalaaq Gibbons avvicina i due destini, la resistenza degli orsi all’esperienza del suo popolo, di fronte a un mondo attorno rimodellato dai nuovi arrivati e ridisegnato verso nuovi bisogni, con poca attenzione ai diritti, alla storia, alle abitudini. Un percorso familiare che cambia intorno a chi lo abita, in cui all’improvviso diviene difficile orientarsi. 

Altrove, i paesaggi cambiano e le paure restano le stesse. Anche lontani migliaia di chilometri da Arviat, dove la neve e il ghiaccio si fanno mare e tra le onde muovono le barche dei pescatori. All Rivers Spill Their Stories to the Sea, il film di Jeanie Finlay, racconta le vicende di Stan Rennie, uno dei pescatori nati e cresciuti sulle coste di Hartlepool, dove in un mattino nell’autunno del 2021 migliaia di granchi e astici sono stati trovati morti sulle spiagge. 

Sulla causa non c’è certezza. I pescatori e alcuni esperti indipendenti sospettarono il dragaggio del fiume Tees, voluto per rafforzare l’attività portuale e lo sviluppo industriale della regione. Qualunque sia, umana o dovuta alla presenza di un nuovo patogeno, chi lavora quel mare da generazioni ha dovuto sopportare il costo dell’incertezza, mentre chi dovrebbe rispondere di questo cambiamento drastico non si assume responsabilità. 

Gli inuit e gli orsi da una parte, i pescatori e i granchi dall’altra, a fronteggiare un imperativo che coinvolge anche le lucciole e le falene. Sparite, stupide, molesti, antichi, nel nome dello sviluppo, il giudizio ricade su chi non si adatta. Se desideriamo nuovi jeans, se speriamo in un’intelligenza artificiale che lavori al posto nostro, se dobbiamo accrescere il turismo perché genera guadagno, se facciamo coincidere sviluppo e progresso, allora ogni questione diventa accessoria. 

Una speranza, comunque, rimane. Si intravede in un articolo di giornale, in un romanzo, magari in un film, un documentario. Una testimonianza di chi, con tutte le difficoltà del caso, ha cercato di mettersi a guardare le cose da una prospettiva diversa: proviamo a vedere se io sono te. Perché probabilmente non esisterà mai una storia scritta dai vinti, ma le loro tracce resistono grazie alla volontà creativa di coloro che restano e hanno il dovere di ricordare.