Mi lavo i denti, passo il filo per pulirli, mi sciacquo la bocca col colluttorio, sputo.
Apro l’armadio e scelgo che vestiti indossare, quanti strati, calzamaglia, pantaloni, termica, maglietta, golf, giacca, sopragiacca. Preparo la colazione di fretta, un caffé nero bollente, due fette biscottate con della marmellata. Mangio e bevo in piedi, mentre ascolto un podcast sulle notizie del giorno. Torno in bagno, mi lavo i denti un’altra volta, eseguendo tutti i passaggi di prima.
Esco, per andare a lavoro in motorino, forse devo far controllare l’olio dei freni, faccio slalom e sorpassi nel traffico perché sono in ritardo, sono sempre in ritardo.
Varco la porta, saluto veloce i colleghi con dei cenni, raggiungo il mio ufficio, apro il computer e mi immergo in un flusso di dati, comunicazioni, scadenze, imprevisti, dati, scadenze, imprevisti, comunicazioni. Rispondo alle email, un collega entra dalla porta e dice qualcosa sul pranzo che non mi importa, non ho fame per niente. Sudo così tanto che delle gocce mi bagnano i documenti, allora mi tolgo la giacca e il golf, ma ho ancora caldo. La pelle mi prude sotto la termica, mi gratto, mi gratto ancora più forte e mi pare più ruvida di come la ricordavo. Torno a scrivere le email, faccio più fatica adesso a comporre frasi sensate nella testa. Penso che ho caldo e sento la fame all’improvviso come un bisogno. Sento che ho moltissima fame. Dalla porta entra un altro collega che dice cose incomprensibili. Cose che non mi sembrano più importanti. Voglio uscire fuori e sentire il freddo in faccia, non ce la faccio più a stare seduto sulla sedia, è piccola e scomoda.
Non dico nulla al mio capo, mi faccio strada tra gli uffici, sbatto contro le spalle di colleghi che mi lanciano cattive occhiate. Solo arrivato alla soglia dell’uscita, provo a dire che ho bisogno d’aria, ma dalla mia bocca esce un suono bestiale. Forse si sono tutti voltati, ma io sono già scomparso.
Per la strada sento ancora caldo, ho bisogno di togliermi tutti i vestiti per non bollirci dentro, come se fuori ci fosse l’estate, e invece c’è la neve. La neve, mi tuffo sulla neve, mi abbandono alla sua consistenza come all’abbraccio di mia madre. Sento qualcosa che non è né un pensiero né solo una sensazione. È la verità nel clamore del traffico: mia madre è la neve. I clacson, le grida delle passanti mi distraggono da questa verità perché improvvisamente mi mettono paura, e mi sento estraneo a ciò che chiamano insegne, attaccate ad altre che chiamano palazzi e mi sovrastano, e la paura cresce e con essa cresce la mia furia. Non sento di avere il controllo: mi strappo i vestiti, una forza che non credevo di avere, e mi graffio la pelle con le mie stesse mani, affilate di artigli.
Artigli, la neve, mia madre, un odore all’improvviso. Denti ciechi, un odore, seguirlo. Una strada all’improvviso, un percorso intralciato da insegne e palazzi. La fame, non la verità, il percorso.
Mia madre è la neve, la mia pelle è la neve.